Kurdishinfo-T. svolge, dopo esser stato in carcere per un decennio, il servizio militare in Turchia, ma non gli è stata assegnata un’arma; tutto ciò è dovuto al fatto che in passato è stato militante nel PKK; sogno di T. è, appena possibile, di recarsi in montagna per unirsi ai guerriglieri.
A. è laureata in medicina, ma raccontano che poco tempo fa
ha lasciato ogni cosa per recarsi a Qandil e unirsi alle Forze di
Difesa Popolare (HPG), il movimento di guerriglia kurdo. Altre storie
simili ho udito a Diyarbakır, capoluogo del Kurdistan turco,
testimonianze del forte richiamo che ancora la guerriglia esercita sui
giovani kurdi, ma anche della loro disperazione: non scorgono altro
appiglio per sottrarsi alla repressiva attitudine delle
autorità turche nei confronti della popolazione di etnia
kurda.
Attitudine che si è manifestata,
nell’ultima settimana, con il quotidiano dispiegamento, al
calar della sera, di ingenti reparti di polizia in assetto antisommossa
nelle strade cittadine; il dispiegamento si è trasformato in
vero e proprio assedio nel primo giorno di primavera, il Newroz. Tutti
gli europei presenti (belgi, italiani, tedeschi,…) sono
stati fermati nella mattinata nelle strade, è stato
richiesto loro il passaporto, di dichiarare se erano giornalisti o se
erano in contatto con organizzazioni politiche locali, e i loro nomi
sono stati annotati da solerti funzionari di polizia.
Nell’enorme spiazzo destinato ai festeggiamenti si
è celebrato, ma sui volti della gente non c’erano
gioia e speranza come lo scorso anno. Si avvertiva la tensione,
sfociata poi in tafferugli fra giovani che lanciavano pietre e taluni
poliziotti. È intervenuto poi, con bravura, il servizio di
sorveglianza predisposto dagli organizzatori del Newroz, per sedare gli
animi dei giovani kurdi e invitarli a non attuare alcuna provocazione;
del resto anche il Sindaco Baydemir ha interrotto il suo discorso
politico sul palco, per esortare l’uditorio a evitare
provocazioni e a festeggiare pacificamente. Dopo circa mezzora
l’atmosfera è tornata festosa, pur se la tensione
permaneva leggibile sui volti della gente.
Convitato di pietra del Newroz di Diyarbakır è
ormai da nove edizioni il prigioniero di Imrali: i ritratti esposti del
leader popolo kurdo, Abdullah Őcalan, sono numerosissimi; donne e
uomini, giovani e bambini, orgogliosi, si lasciano
fotografare dagli europei mentre espongono il ritratto di Apo. Al
termine della giornata ben ottanta persone saranno arrestate, proprio
per aver mostrato il ritratto di Őcalan, al quale hanno inneggiato
ripetutamente con la frase BIJI SEROK APO, autentico slogan del Newroz.
La rilevante novità del Newroz 2007 è
che Leyla Zana, ispiratrice del Movimento per la Società
Democratica (DTH) da cui nel 2005 è scaturito il partito
filo-kurdo DTP, è tornata a parlare in pubblico dopo lungo
tempo. Lo ha fatto alla sua maniera: minuta nel fisico, quando sale sul
palco con passo deciso e parla con voce stentorea dimostra un
gigantesco carisma. E naturalmente inizia parlando in lingua kurda: del
valore del Newroz, dell’importanza della pace e della
libertà, nonché della volontà di
continuare a seguire una linea politica che punti alla fratellanza fra
i popoli (turchi, kurdi, armeni, laz,…) che vivono in
Turchia. Ogni volta che conclude una frase, la folla inneggia ad Apo, e
infine ne parla anche lei: si chiede perché tuttora Őcalan
sia sottoposto a gravose condizioni carcerarie e rammenta che egli
è, con Talabani e Barzani, uno dei grandi leader attuali
dell’intero popolo kurdo. Il plauso della folla è
unanime e il successivo discorso in turco è ormai superfluo.
Naturalmente dal giorno successivo la Procura avvia una nuova inchiesta
giudiziaria nei confronti suoi e del presidente del DTP: per aver
menzionato Őcalan!
L’impressione forte è, tuttavia, che
nel 2007, anno elettorale, gli appelli da parte kurda a costruire un
futuro pacifico cadranno nel vuoto, che i toni della campagna
elettorale saranno pervasi dal nazionalismo (e pertanto fortemente
anti-kurdi) e che fra i giovani kurdi, anche i più moderati,
il richiamo di Qandil sia destinato a diventare ancor più
ingente: del resto, quando dagli edifici prospicienti alla spianata su
cui si svolgeva il Newroz sono state mostrate immagini di guerriglieri
caduti in passato, gli applausi sono stati scroscianti. Da
più parti si sente dire che nuovamente l’HPG
è giunto a varcare la soglia altamente simbolica dei 10000
combattenti annoverati nei suoi ranghi, come era accaduto negli Anni
’90, al culmine del conflitto turco-kurdo.
Qualche parola è bene spendere
sull’atteggiamento complessivo attuale della Turchia in
politica estera. Il negoziato con l’UE per
l’adesione risente della sospensione. Ciò non
sembra però spingere la Turchia a un fiducioso atteggiamento
nei confronti degli Stati Uniti: Washington sembra disposta a risolvere
in maniera diplomatica il problema della presenza dei guerriglieri
dell’HPG nell’area del Monte Qandil, nel Kurdistan
iracheno, mentre Ankara sembra propendere per soluzioni drastiche, se
occorre anche di natura militare. Ciò da tempo consente alla
Turchia di andare d’accordo con Teheran, che a sua volta
desidera sbarazzarsi dei militanti del movimento kurdo iraniano PJAK.
La Turchia è inoltre propensa ad accelerare
l’avvio della costruzione della gigantesca diga di Ilisu: ha
fissato al 30 marzo la data “ultimatum” per
l’inizio dei lavori e le agenzie di credito
all’esportazione tedesca e austriaca hanno acconsentito a
garantire gli investimenti delle rispettive aziende coinvolte. Le
conseguenze si preannunciano fortemente preoccupanti:
o verrà sommerso
dall’acqua lo splendido sito archeologico di Hasankeyf,
patrimonio culturale non solo dei kurdi, ma anche altri 290 siti
verranno inondati;
o vi saranno devastanti conseguenze sotto
il profilo ambientale ed ecologico;
o il corso del Tigri verrà
deviato e la sua portata d’acqua sarà
drasticamente ridotta: ciò provocherà sicuramente
accese reazioni di Siria e Irak, Paesi che da ciò
risulteranno danneggiati; del resto, la Turchia ha mancato di
consultare tali Paesi prima di intraprendere il progetto relativo a
Ilisu, come invece le norme internazionali sulla gestione delle acque
dei fiumi transfrontalieri esigono; risulta tuttora difficile
attribuire un significato all’incontro, del 23 marzo ad
Antalya, in cui alti rappresentanti di Ankara, Damasco e Baghdad hanno
firmato un protocollo d’intesa: esso prevede il ripristino di
commissioni tecniche trilaterali incaricate di ridefinire la
suddivisione delle acque del Tigri e dell’Eufrate. Simili
commissioni non riescono più a riunirsi dal 1988;
o circa 55000 persone, che vivono in
villaggi dell’area destinata a fungere da invaso della diga,
saranno costrette allo sfollamento, senza aver avuto la effettiva
possibilità di esprimere la propria opinione riguardo alla
decisione di costruire la diga di Ilisu.
Alla luce di tutto ciò, non si scorge come la
Diga di Ilisu, che rientra nell’ambito del Progetto GAP,
possa realmente servire a uno degli scopi principali del progetto
stesso: favorire con mezzi pacifici lo sviluppo economico
dell’Anatolia sud-orientale.
Come spiegarlo a M., longevo contadino incontrato in un
villaggio vicino al sito archeologico delle antiche scuole coraniche di
Hasankeyf? M. si è lasciato intervistare: con grande
semplicità ha spiegato il suo punto di vista:
“Vivo qui da 50 anni; da 50 anni si parla di una diga in
costruzione e ancora è tutto come prima. Intanto ho
costruito una casa, ho degli animali (capre, polli, tacchini) e coltivo
ortaggi; con questo garantisco la sopravvivenza al mio clan familiare
(14 persone, che vivono nei dintorni). Se decideranno di mandarmi via,
non so cosa potrei fare per impedirlo; ma quel che so per certo
è che desidero finire qui i miei giorni, sul terreno che per
lunghi anni ho lavorato”.
Giovanni Caputo
27marzo2007
Pubblicato su IMPRONTE SOCIALI,
n. 13/IV del 31 marzo 2007