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Newroz 2011/ Zelte Losung

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TURKEY AND IRAN
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Waffenstilstand vorbei
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Schluss mit der Isolation!

Abdullah Öcalan: Krieg und Frieden in Kurdistan.
 


Stoppt die Hinrichtungen in Iran

Schluss mit der Kriminalisierung

Kurdistan Report

Il richiamo di Qandil
Geschrieben von DENIZ am Freitag, 25. Mai 2007
löjl
makale Kurdishinfo-T. svolge, dopo esser stato in carcere per un decennio, il servizio militare in Turchia, ma non gli è stata assegnata un’arma; tutto ciò è dovuto al fatto che in passato è stato militante nel PKK; sogno di T. è, appena possibile, di recarsi in montagna per unirsi ai guerriglieri.


A. è laureata in medicina, ma raccontano che poco tempo fa ha lasciato ogni cosa per recarsi a Qandil e unirsi alle Forze di Difesa Popolare (HPG), il movimento di guerriglia kurdo. Altre storie simili ho udito a Diyarbakır, capoluogo del Kurdistan turco,  testimonianze del forte richiamo che ancora la guerriglia esercita sui giovani kurdi, ma anche della loro disperazione: non scorgono altro appiglio per sottrarsi alla repressiva attitudine delle autorità turche nei confronti della popolazione di etnia kurda.
  Attitudine che si è manifestata, nell’ultima settimana, con il quotidiano dispiegamento, al calar della sera, di ingenti reparti di polizia in assetto antisommossa nelle strade cittadine; il dispiegamento si è trasformato in vero e proprio assedio nel primo giorno di primavera, il Newroz. Tutti gli europei presenti (belgi, italiani, tedeschi,…) sono stati fermati nella mattinata nelle strade, è stato richiesto loro il passaporto, di dichiarare se erano giornalisti o se erano in contatto con organizzazioni politiche locali, e i loro nomi sono stati annotati da solerti funzionari di polizia.
  Nell’enorme spiazzo destinato ai festeggiamenti si è celebrato, ma sui volti della gente non c’erano gioia e speranza come lo scorso anno. Si avvertiva la tensione, sfociata poi in tafferugli fra giovani che lanciavano pietre e taluni poliziotti. È intervenuto poi, con bravura, il servizio di sorveglianza predisposto dagli organizzatori del Newroz, per sedare gli animi dei giovani kurdi e invitarli a non attuare alcuna provocazione; del resto anche il Sindaco Baydemir ha interrotto il suo discorso politico sul palco, per esortare l’uditorio a evitare provocazioni e a festeggiare pacificamente. Dopo circa mezzora l’atmosfera è tornata festosa, pur se la tensione permaneva leggibile sui volti della gente.   
  Convitato di pietra del Newroz di Diyarbakır è ormai da nove edizioni il prigioniero di Imrali: i ritratti esposti del leader popolo kurdo, Abdullah Őcalan, sono numerosissimi; donne e uomini, giovani e bambini,  orgogliosi, si lasciano fotografare dagli europei mentre espongono il ritratto di Apo. Al termine della giornata ben ottanta persone saranno arrestate, proprio per aver mostrato il ritratto di Őcalan, al quale hanno inneggiato ripetutamente con la frase BIJI SEROK APO, autentico slogan del Newroz.
  La rilevante novità del Newroz 2007 è che Leyla Zana, ispiratrice del Movimento per la Società Democratica (DTH) da cui nel 2005 è scaturito il partito filo-kurdo DTP, è tornata a parlare in pubblico dopo lungo tempo. Lo ha fatto alla sua maniera: minuta nel fisico, quando sale sul palco con passo deciso e parla con voce stentorea dimostra un gigantesco carisma. E naturalmente inizia parlando in lingua kurda: del valore del Newroz, dell’importanza della pace e della libertà, nonché della volontà di continuare a seguire una linea politica che punti alla fratellanza fra i popoli (turchi, kurdi, armeni, laz,…) che vivono in Turchia. Ogni volta che conclude una frase, la folla inneggia ad Apo, e infine ne parla anche lei: si chiede perché tuttora Őcalan sia sottoposto a gravose condizioni carcerarie e rammenta che egli è, con Talabani e Barzani, uno dei grandi leader attuali dell’intero popolo kurdo. Il plauso della folla è unanime e il successivo discorso in turco è ormai superfluo. Naturalmente dal giorno successivo la Procura avvia una nuova inchiesta giudiziaria nei confronti suoi e del presidente del DTP: per aver menzionato Őcalan!

  L’impressione forte è, tuttavia, che nel 2007, anno elettorale, gli appelli da parte kurda a costruire un futuro pacifico cadranno nel vuoto, che i toni della campagna elettorale saranno pervasi dal nazionalismo (e pertanto fortemente anti-kurdi) e che fra i giovani kurdi, anche i più moderati, il richiamo di Qandil sia destinato a diventare ancor più ingente: del resto, quando dagli edifici prospicienti alla spianata su cui si svolgeva il Newroz sono state mostrate immagini di guerriglieri caduti in passato, gli applausi sono stati scroscianti. Da più parti si sente dire che nuovamente l’HPG è giunto a varcare la soglia altamente simbolica dei 10000 combattenti annoverati nei suoi ranghi, come era accaduto negli Anni ’90, al culmine del conflitto turco-kurdo.

  Qualche parola è bene spendere sull’atteggiamento complessivo attuale della Turchia in politica estera. Il negoziato con l’UE per l’adesione risente della sospensione. Ciò non sembra però spingere la Turchia a un fiducioso atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti: Washington sembra disposta a risolvere in maniera diplomatica il problema della presenza dei guerriglieri dell’HPG nell’area del Monte Qandil, nel Kurdistan iracheno, mentre Ankara sembra propendere per soluzioni drastiche, se occorre anche di natura militare. Ciò da tempo consente alla Turchia di andare d’accordo con Teheran, che a sua volta desidera sbarazzarsi dei militanti del movimento kurdo iraniano PJAK.

  La Turchia è inoltre propensa ad accelerare l’avvio della costruzione della gigantesca diga di Ilisu: ha fissato al 30 marzo la data “ultimatum” per l’inizio dei lavori e le agenzie di credito all’esportazione tedesca e austriaca hanno acconsentito a garantire gli investimenti delle rispettive aziende coinvolte. Le conseguenze si preannunciano fortemente preoccupanti:
o    verrà sommerso dall’acqua lo splendido sito archeologico di Hasankeyf, patrimonio culturale non solo dei kurdi, ma anche altri 290 siti verranno inondati;
o    vi saranno devastanti conseguenze sotto il profilo ambientale ed ecologico;  
o    il corso del Tigri verrà deviato e la sua portata d’acqua sarà drasticamente ridotta: ciò provocherà sicuramente accese reazioni di Siria e Irak, Paesi che da ciò risulteranno danneggiati; del resto, la Turchia ha mancato di consultare tali Paesi prima di intraprendere il progetto relativo a Ilisu, come invece le norme internazionali sulla gestione delle acque dei fiumi transfrontalieri esigono; risulta tuttora difficile attribuire un significato all’incontro, del 23 marzo ad Antalya, in cui alti rappresentanti di Ankara, Damasco e Baghdad hanno firmato un protocollo d’intesa: esso prevede il ripristino di commissioni tecniche trilaterali incaricate di ridefinire la suddivisione delle acque del Tigri e dell’Eufrate. Simili commissioni non riescono più a riunirsi dal 1988;  
o    circa 55000 persone, che vivono in villaggi dell’area destinata a fungere da invaso della diga, saranno costrette allo sfollamento, senza aver avuto la effettiva possibilità di esprimere la propria opinione riguardo alla decisione di costruire la diga di Ilisu.

  Alla luce di tutto ciò, non si scorge come la Diga di Ilisu, che rientra nell’ambito del Progetto GAP, possa realmente servire a uno degli scopi principali del progetto stesso: favorire con mezzi pacifici lo sviluppo economico dell’Anatolia sud-orientale.   
  Come spiegarlo a M., longevo contadino incontrato in un villaggio vicino al sito archeologico delle antiche scuole coraniche di Hasankeyf? M. si è lasciato intervistare: con grande semplicità ha spiegato il suo punto di vista: “Vivo qui da 50 anni; da 50 anni si parla di una diga in costruzione e ancora è tutto come prima. Intanto ho costruito una casa, ho degli animali (capre, polli, tacchini) e coltivo ortaggi; con questo garantisco la sopravvivenza al mio clan familiare (14 persone, che vivono nei dintorni). Se decideranno di mandarmi via, non so cosa potrei fare per impedirlo; ma quel che so per certo è che desidero finire qui i miei giorni, sul terreno che per lunghi anni ho lavorato”.

Giovanni Caputo
27marzo2007

Pubblicato su IMPRONTE SOCIALI,
n. 13/IV del 31 marzo 2007
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