
COMUNICATO STAMPA 11 Dicembre 2004
Una delegazione del movimento delle Donne in Nero si è recata in Turchia dal 4 al 10 dicembre per una serie di incontri con le associazioni di donne curde e turche, con alcune sindache nella regione a maggioranza curda, e con alcune personalità di rilievo.
Tra gli incontri, particolarmente significativo quello con l’ex deputata curda Leyla Zana, per la quale le Donne in Nero hanno condotto una lunga campagna per richiedere la sua liberazione avvenuta, dopo 10 anni di prigione, a giugno 2004, a seguito della forte pressione sul governo turco delle istituzioni europee ma anche, come ci ha detto Leyla Zana, “ per la forza e la volontà delle donne che credono nella democrazia”.
Alla vigilia della sessione del Parlamento Europeo fissata per il 17 dicembre per decidere l’avvio della fase che dovrebbe portare la Turchia in Europa e nonostante le riforme scritte dal governo di Ankara, le Donne in Nero denunciano ancora gravissime violazioni dei diritti umani, civili e politici.
La delegazione ha potuto, infatti, raccogliere testimonianze dirette di perquisizioni indiscriminate avvenute in questi giorni nelle sedi di alcune associazioni di Istanbul, tra queste anche associazioni di donne, di sequestri di computer, di fermi arbitrari di attiviste.
Tutto ciò nel totale silenzio stampa, proprio nei giorni in cui la delegazione guidata dal presidente del parlamento Europeo, si trovava in visita ufficiale in Turchia.
120 donne della Piattaforma delle associazioni delle donne sono sotto processo per manifestazione non autorizzata perché hanno portato il “tavolo della pace” nella città di Bingol, nella regione curda.
Le manifestanti prima di essere espulse da Bingol, sono state trattenute in stato di fermo dalla gendarmeria locale e insultate duramente. Il loro processo va ormai avanti da molti mesi.
Numerosi nella regione curda gli episodi di repressione violenta. Il più grave accaduto circa dieci giorni fa nella cittadina di Kiziltepe verso il confine siriano, con una vera esecuzione a freddo da parte delle forze militari che hanno ucciso in strada un uomo e il figlio dodicenne.
Le delegazioni di Donne in Nero che frequentemente si recano in Turchia, incontrano le associazioni, stabiliscono relazioni di conoscenza e di solidarietà, sanno che la Turchia ha molti colori, ma anche che l’ombra della repressione di stato e del potere militare impedisce di vedere e di godere dei tanti colori.
Come ha detto Leyla Zana nel suo discorso al Parlamento Europeo che ha potuto consegnarle solo ora il premio per la pace Sakarov, assegnatole nel 1995, “sono state adottate misure significative in direzione della democrazia, ma la loro attuazione sembra essere di carattere puramente cosmetico”.
Come Donne in Nero ci uniamo alla maggioranza della popolazione che vive in Turchia e che vuole entrare in Europa ma con la stessa convinzione chiediamo alle Istituzioni europee e agli stati membri, nel rispetto dei criteri democratici che l’Europa ha sancito, di vigilare perché in Turchia le riforme che si stanno scrivendo trovino una reale applicazione, nel rispetto delle diversità culturali, religiose, sociali e di identità a partire dalla questione curda.
Le Donne in Nero, osservatrici europee nelle elezioni politiche e amministrative in Turchia nel 2002 e nel 2004, continueranno a svolgere il ruolo di osservatrici per l’applicazione delle riforme necessarie perché la Turchia entri in Europa.
Pensare ad un Europa che si estende verso i confini asiatici ci emoziona, ma denunciamo l’inaccettabile alto prezzo in termini di vite umane per compiere questo cammino.
Le montagne che circondano la Turchia devono essere liberate non con le armi ma con lo strumento dell’amnistia generale per i tanti giovani, uomini e donne, ex guerriglieri trasformati d’ufficio in terroristi.
Aprire il dialogo verso la democrazia deve voler dire rivedere i tanti processi, a partire da quello nei confronti di Abdullah Ocalan, che hanno condannato a vita tante vite umane mentre altrettante sono rimaste vittime delle sparizioni extragiudiziali.
Chiediamo rigore all’Europa così come le voci democratiche curde e turche chiedono una pace dove non può mancare il colore della giustizia a partire dal rispetto dei diritti umani.