Peace Reporter 21.01.2008, a cura di Antonio Tiso e Ilenia Piccioni La baraccopoli di Ayazma è stata un rifugio per i curdi dopo la distruzione dei loro villaggi. Ora devono andarsene
Da anni un carico di contraddizioni e lati oscuri grava su Istanbul. Sullo sfondo di una città in crescita economica, resta irrisolto un nodo cruciale, la condizione di vita dei curdi.
La baraccopoli di Ayazma, solo una tra le tante presenti oggi in Turchia, ne è un triste esempio. I suoi abitanti, profughi giunti dal sud-est negli anni Novanta, vivono in condizioni indigenti, relegati ai margini della società, discriminati nei diritti. Salgono il disorientamento e la rabbia, tra i curdi di Ayazma, come tra i curdi che vivono nel resto del paese.
Il governo turco, dal canto suo, prosegue la politica di dispersione di questo popolo, cercando così di sterilizzarne il senso d’identità originario e intensificarne il processo di “turchizzazione”.
Sorge su una collina, Ayazma, persa nella periferia di Istanbul. Le grida dei bambini intenti al gioco si muovono tra le macerie di questo campo profughi curdo in via di smantellamento. Ayazma è uno dei più drammatici esempi di Gecekondu esistenti in Turchia. Gecekondu in turco significa “Nati in una notte”. Si tratta di costruzioni abusive che secondo un’antica credenza popolare se costruite nell’arco di una notte garantirebbero ai loro proprietari il diritto di mantenerle senza dover essere sgomberati dalle autorità. Il campo è abitato da famiglie curde, giunte dal sud-est dell’Anatolia alla metà degli anni Novanta, quando il governo turco distrusse e bruciò circa 4.000 villaggi, costringendo milioni di curdi a emigrare verso ovest. Dinanzi alla collina di Ayazma si apre a ventaglio il futurista stadio Olimpico. Sull’altro versante del campo sfila rumorosa l’autostrada. Sulla nuda terra di Ayazma sono ancora visibili i segni del passaggio distruttore dei bulldozer. Per giustificare la propria politica di rinnovamento urbano, l’amministrazione comunale ha spiegato di voler eliminare un focolaio di terroristi. Gli attivisti del Goc Der, da anni impegnati nella difesa dei diritti dei curdi, ci spiegano che per ora gli abbattimenti sono cessati.
Mentre risaliamo verso l’agglomerato di casupole e tende che ancora resistono, una nube di polvere si solleva improvvisa. Una vecchia camionetta carica di provviste d’acqua s’incunea nella serpentina di vie che porta alla cima della collina. Le famiglie attendono la distribuzione giornaliera di petrolio bianco. Sono circa 1.200 le persone che vivono tra questi ruderi, il 75% sono bambini. Qui nessuno invecchia. Il terreno sul quale sorge il cimitero dei bambini è pregno di innocenza troppo presto persa alla vita. Tutti gli indicatori sociali sono in rosso. Un ambulatorio all’interno del campo, gestito dalle associazioni umanitarie, cerca di salvare il salvabile. I più fortunati tra i curdi che vivevano in questo anfratto di oblio, sono stati stipati nel nuovo quartiere delle Torri, 52 palazzoni di dodici piani l’uno a dieci chilometri da qui. Nuovi ghetti sociali e urbani a base etnica. L’obiettivo del governo turco è di alienare progressivamente i curdi dalle proprie origini e dalla propria identità, assimilandoli a se stessi sotto un’unica cultura dominante, quella turca appunto.“Ci hanno dispersi come montoni”, spiega un vecchio contadino trapiantato da poco nella torre B8. “Qui è più lussuoso, ma è come una prigione, non è il nostro modo di vivere. Il mio sogno è quello di poter tornare al villaggio natio nella provincia di Agri, distrutto dieci anni fa dall’esercito”. Su queste famiglie grava ora l’onere di pagare per quindici anni un affitto mensile di 135 euro, una tariffa agevolata per ricompensarli di tutto ciò che hanno perso. Una tariffa impossibile per chi, come i curdi, non trova lavoro se non al mercato nero come ambulanti. “Non sappiamo come pagare”, s’inquieta Ogün, padre di cinque bambini e operaio tessile. “I nostri giovani non trovano lavoro”, aggiunge il vecchio Muzafer. “Se gli dici che sei curdo non ti aiutano”, per lo stato valiamo meno che i cani”. Il senso di rabbia e disorientamento tra gli abitanti delle torri è evidente. “A luglio di quest’anno”, spiega Ziryan, “nella settimana precedente le elezioni, c’è stata una scorribanda notturna dei “Lupi grigi”. Hanno distrutto porte e vetrate. Dopo un’ora è intervenuta la polizia, lanciando lacrimogeni contro i curdi che difendevano i loro alloggi”.
La Turchia, protesa verso il sogno di un ingresso nell’Unione Europea, procede dunque incurante nel presentare il problema curdo come un problema economico-sociale, quando non di sicurezza. Ma un paese che rispetti i diritti umani, non solo sulla carta ma nella realtà, non può non abbracciare il progetto di una reale convivenza multiculturale e democratica, nel rispetto dell’identità e della cultura del popolo curdo. Fino ad allora non ci potrà essere pace in questo paese.