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Luigi Vinci: I referendum di Francia e Germania
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I referendum di Francia e Germania aprono la crisi del percorso liberista della costruzione europea Milano, 11 giugno 2005

“I reazionari”, dichiara Mao (in questa circostanza i liberali, di centro-sinistra come di centro-destra, anzi i primi più dei secondi), “sollevano macigni che poi gli precipitano sui piedi”.
Prima la Francia e poi l’Olanda hanno bocciato con referendum popolare il Trattato costituzionale europeo. Viva la Francia: non poteva non toccare a un paese che da più di due secoli è protagonista degli appuntamenti europei di civiltà. La Gran Bretagna ha appena deciso di sospendere l’itinerario che avrebbe dovuto portarla a un referendum. La Danimarca terrà a settembre un referendum che stando a ogni sondaggio d’opinione darà un risultato negativo. Forse in Svezia accadrà la stessa cosa. Aggiungo che i risultati dei referendum francese e olandese stanno aiutando altre popolazioni, per esempio quella tedesca, forse quella stessa italiana, a orientarsi politicamente in modo più chiaro (cioè avendo più chiaro che c’è anche un bersaglio europeo da colpire) circa il modo di uscire dai loro guai (limitazioni sempre più drastiche allo stato sociale, disoccupazione alle stelle in Germania, precarietà alle stelle in Italia, caduta dei redditi da lavoro, stagnazione in Germania, recessione in Italia, ecc.). Nove su dieci il Trattato è morto, anche se le infinite procedure europee, maniacale espressione dell’incapacità dei ceti di governo sia di prendere decisioni per tempo che di orientarsi secondo attese e volontà sostanziali delle popolazioni, probabilmente porteranno a completare le ratifiche parlamentari o referendarie o tutt’e due le cose in tutti i paesi dell’Unione. Potrebbero anche essere tentate prima o poi delle forzature contro la volontà francese, benché l’esito non sarebbe che di rendere ancor più critica la popolazione francese, e non solo questa popolazione, nei confronti dell’attuale percorso della costruzione europea. Mettiamo in ogni caso in conto assieme alla morte quasi certa del Trattato l’apertura di una crisi politica assai complicata e dagli esiti assolutamente incerti.

Va bene così, naturalmente: l’operazione liberista antisociale, militarista, antiambientale, burocratica e antidemocratica incarnata nel Trattato costituzionale è stata efficacemente contrastata ed è stata rotta da un movimento di popolo il cui colore dominante è il rosso. Questo è il punto principale di valutazione. E si è aperto un varco alle popolazioni (alle maggioranze sociali) europee, violentemente attaccate in questi quindici anni sul terreno di conquiste sociali fondamentali strappate lungo un secolo e più di lotte di classe, perché possano finalmente cominciare a esprimersi sui criteri della costruzione dell’Unione Europea, dopo quindici anni di esclusione totale, attentamente programmata ed eseguita dai ceti di governo europei nel loro insieme, a Bruxelles come nelle capitali dei paesi membri. Ora più che mai tocca a noi della sinistra di alternativa: il varco è lì che ci aspetta. Se tutti quanti assieme sapremo usarlo (come hanno saputo fare i compagni francesi del PCF, della LCR, di Attac, di una parte del PSF), in una battaglia che sarà necessariamente lunga e anche manovrata, avremo dimostrato alle popolazioni europee la nostra utilità sociale. Si tratta, in sostanza, di proporre un’idea di costruzione europea ricca di democrazia e di contenuti sociali, pacifisti e ambientalisti, che esca dagli slogan buttati lì ma che sia articolata e concreta; e si tratta di riuscire a realizzare dal lato di quest’idea grandi mobilitazioni, di opinione pubblica e di movimento. Se il varco invece non sapremo usarlo saremo a rischio di esclusione dalla politica. E’ d’altro canto sempre questa la posta in gioco quando entrano in conflitto alternative di grande portata: chi c’è a battersi con energia e intelligenza si espande potentemente, chi non c’è viene drasticamente ridimensionato.

Naturalmente, ancora, le uniche cose che per ora sono cambiate rispetto a prima sono la bocciatura in fieri del Trattato costituzionale e la crescita della capacità critica della costruzione liberista dell’Unione Europea da parte delle popolazioni. Non accadrà invece prossimamente nulla degli scatafasci terrificanti agitati dai fautori, parti politiche e mass-media, del Trattato costituzionale sino al referendum francese, nel vergognoso tentativo di ricattare la popolazione francese. Anzi ben presto le popolazioni europee avranno modo di constatare che sui versanti delle istituzioni esecutive dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea non cambierà proprio nulla, perinde ac cadavera, rispetto ai dogmi liberisti della libertà di mercato, del libero scambio, del laissez-faire monetario, del trantran burocratico, autoritario e manipolatorio.

Inoltre non solo in Italia, benché da noi in modo speciale, questa battaglia per allargare il varco e riorientare (ricivilizzare) la costruzione europea tende a unirsi alla battaglia contro la destra. Non sarà una battaglia facile. Le prime reazioni ai risultati dei referendum francese e olandese indicano una superiore capacità adattativa della destra; essa infatti riesce a mettere a fuoco le ragioni di questi risultati (nell’andamento critico dell’economia, nella crisi sociale, nelle paure delle popolazioni di perdere storiche conquiste di benessere). Ovviamente la destra propone anche le sue soluzioni, che in larghissima parte sono agli antipodi delle nostre e che andranno decisamente contrastate. I vari centro-sinistra tendono invece quasi sempre a reazioni smarrite, mescolate a burbanzose dichiarazioni che bisogna andare avanti lo stesso, ovviamente “riflettendo” sui motivi della crisi ecc. Addirittura i risultati dei referendum francese e olandese sarebbero per molti di costoro un incidente di percorso dovuto a scarsa informazione e a malintesi: le popolazioni darebbero la colpa all’Unione Europea delle manchevolezze dei governi dei paesi membri. Ma come in Italia ben si vede è invece la prevalente adesione sociale al Trattato costituzionale a essere il prodotto della disinformazione; mentre francesi, olandesi, nordici, tedeschi è da almeno un anno che ne discutono a fondo. Inoltre la principale istituzione europea di governo, il Consiglio, altro non è che il collegio che mette assieme i governi dei paesi membri; l’altra istituzione di governo, quella che lavora in pianta stabile a Bruxelles, la Commissione, è di nomina dei governi; il Governatore della Banca Centrale Europea è a sua volta di nomina del Consiglio ovvero dei governi. Bene hanno perciò fatto francesi e olandesi a non distinguere tra la critica alla costruzione europea e la critica ai loro governi. La sinistra italiana di alternativa all’interno del processo di costruzione del programma elettorale dell’Unione dovrà dunque, io penso, ingegnarsi a che la destra di governo venga efficacemente contrastata anche sul terreno della ridefinizione dei criteri della costruzione europea con proposte finalmente di sinistra, ergo democratiche, pacifiste, ricostitutive di efficaci sistemi di protezione sociale, antiliberiste.

I temi sono in parte ben noti e inoltre non c’è modo in un articolo di esaminarli adeguatamente. C’è un sistema di protezione sociale da riespandere; ci sono i beni comuni da difendere dal saccheggio affaristico ovvero dalle privatizzazioni; c’è anzi l’area dei beni comuni da espandere sino alla comprensione del complesso dei servizi fondamentali, dell’ambiente e del territorio; c’è quindi tutta la dimensione del pubblico in economia da rilanciare e da espandere; c’è la democrazia da ridemocratizzare, restituendola alle popolazioni e alla società civile e nutrendola di vecchi e nuovi  modi della partecipazione diretta; c’è la pace da affermare nelle relazioni internazionali; c’è la democrazia da affermare anche nelle relazioni internazionali; c’è quindi che il debito dei paesi più poveri dev’essere cancellato e che la povera gente che ne emigra dev’essere trattata civilmente; c’è che la globalizzazione dell’economia deve recare vantaggi reali e immediati a tutte le popolazioni, quindi essere del tutto ridisegnata. Tutto questo vale al tempo stesso sulla scala dei paesi membri e su quella dell’Unione Europea; e vale che senza agire su di una scala non è dato fare risultati sostanziali sull’altra.

Dentro alla ridefinizione dei criteri della costruzione europea si pone urgentemente, in specie, la necessità del superamento delle politiche restrittive di bilancio che i Trattati, da Maastricht a quello costituzionale, impongono ai paesi membri. Queste politiche hanno costituito lo strumento principale per quindici anni dell’attacco ai sistemi di protezione sociale, al salario e alle condizioni di lavoro, e al tempo stesso l’alibi principale dei governi. Esse poi anno dopo anno si sono trasformate in un cappio che ha strangolato la crescita economica: non c’è perciò alcuna possibilità di una proposta credibile di politica economica alternativa orientata alla protezione sociale ecc. se essa non è definita anche in termini di crescita e se quindi non si pone il problema delle risorse da spenderci. Tra esse in Italia ci sono senz’altro quelle che se ne vanno in evasione fiscale e in rendite semigratuite, ma è pure chiaro che il recupero di risorse su questi versanti non basta, che cioè occorra anche una possibilità di deficit di bilancio più alta del 3 per cento ammesso dai Trattati. In altri termini non si può di fatto predicare il pauperismo a popolazioni europee già in parte consistente precarizzate nella loro prospettiva e impoverite, significherebbe solo lasciare tutto il campo alle componenti più populiste della destra: occorre invece che una politica economica alternativa sappia in primo luogo ridare alle popolazioni condizioni di esistenza elevate, e questo assieme all’uscita da condizioni di stagnazione strutturale comporta costi assai elevati quanto meno nell’immediato. In secondo luogo la ridefinizione dei criteri della costruzione europea deve accogliere la critica delle popolazioni al carattere burocratico, arrogante, totalmente separato, ostile alle attese sociali più basilari che caratterizza le istituzioni di governo dell’Unione Europea. C’è da sempre un nesso strettissimo, come ci insegnano Marx nel 18 Brumaio e poi la critica di Polanyi alla “società di mercato”, tra le politiche economiche di deregulation a vantaggio dei capitalisti e l’incremento o la creazione ex novo di apparati burocratici e di norme antisociali e repressive: quindi niente di strano se le popolazioni europee associano sempre più consapevolmente al carattere burocratico e alieno della gestione dell’Unione le loro crescenti difficoltà materiali, se la prendono di mira, se quindi tentano di riaffermare un carattere nazionale delle decisioni politiche fondamentali, se ripiegano su identità regionali, ecc.

Perseverare diabolicum anche sul versante europeo: la situazione è insopportabile, cioè, anche per un’altra ragione. Quante volte abbiamo detto che prima o poi sarebbe andata a finire in una crisi grave? Rifondazione Comunista e con essa gran parte della sinistra di alternativa (oggi quasi tutta, grazie al nostro lavoro di costruzione di posizioni comuni e di un partito europeo) hanno detto sin dall’inizio che Maastricht aveva fondamentali obiettivi antisociali e parimenti fondamentali implicazioni antieconomiche, che cioè lo strumento principale degli obiettivi antisociali, le politiche restrittive di bilancio, i famosi parametri, sarebbe stato anche il fattore dell’imballo delle economie europee e della sconfitta europea nella competizione sui mercati mondiali liberalizzati sia rispetto agli Stati Uniti che ai sistemi emergenti, Cina al primo posto. Hanno detto sin dall’inizio che l’Accordo di Schengen non solo avrebbe ingiustamente colpito la povera gente che per sopravvivere cerca di entrare nell’Unione Europea ma avrebbe anche contribuito al rilancio di posizioni scioviniste e razziste in una parte delle classi subalterne europee. Hanno detto sin dall’inizio che il “libro bianco” Delors (quattrocentomila miliardi di vecchie lire da impegnare in investimenti in reti di trasporti, cifre di poco inferiori nelle “autostrade informatiche”, ecc.) era solo un libro dei sogni, perché sul versante pubblico le politiche restrittive di bilancio avrebbero ridotto ogni capacità di grandi investimenti e sul versante privato la finanziarizzazione senza regole dell’economia mondiale, con i suoi grandi rendimenti a breve, avrebbe impedito l’effettuazione di grandi investimenti a redditività fortemente differita. Hanno detto sin dall’inizio che la “strategia di Lisbona” (la costruzione della “società dell’informazione”) prescindeva totalmente dal fatto che l’Unione Europea era in perdita verticale di competitività internazionale sul terreno della produzione industriale e che se non ci si metteva una pezza non si capiva su che base e con che cosa costruire un’economia più avanzata. Hanno detto sin dall’inizio che il mix di politiche restrittive di bilancio e di politiche antisociali avrebbe messo sotto stress la democrazia europea e la partecipazione sociale alla politica e avrebbe prodotto continue ondate di sbandamento negli orientamenti delle popolazioni, sino a una sorta di crisi strisciante di una gran parte dei sistemi politici. Allora, siccome le nostre osservazioni tutto sommato non erano che di buon senso e avevano il supporto di dati sempre più evidenti e di conti abbastanza semplici, c’è anche da chiedersi cosa siano diventati i ceti di governo europei. Quanto sta accadendo deve rappresentare cioè anche l’occasione di un’analisi di ciò che sono diventati questi ceti (i ceti politici di centro-sinistra e di centro-destra).

Mi soffermo un po’ sulla questione, penso che sia ormai un ragionamento necessario per capire cosa sta succedendo, in Europa ma anche in Italia, cosa presumibilmente potrà prossimamente succedere e un po’ anche come muoverci, con spirito di apertura unitaria perché sono in ballo questioni decisive ma anche senza farci soverchie illusioni sulla facilità del percorso. Partiamo così: ho scritto che le procedure di ratifica del Trattato costituzionale probabilmente andranno avanti, nonostante la contrarietà delle popolazioni di alcuni paesi; ricorderei inoltre cosa avvenne immediatamente dopo le elezioni europee dell’anno scorso, che videro la bocciatura, talora catastrofica, di tutti i governi tranne quello spagnolo di Zapatero, appena costituito: che tutti governi concorsero alla formazione della Commissione Europea più a destra liberista di tutta la storia dell’Unione Europea, andando verticalmente contro il significato fondamentale della loro bocciatura. Nelle blande condizioni politiche europee, qualcosa che si avvicina al colpo di stato. C’è quindi in tutto questo sia un evidente elemento di protervia antidemocratica, di arroganza di ceto autoreferenziale, che un’incapacità radicale di risalire alle ragioni del malcontento sociale; e a sua volta questo sta in un’assimilazione quasi psichica, con tanto di riflessi pavloviani dinanzi a qualsiasi cosa accada, del liberismo (di quelle dottrine stravecchie, agli albori dell’economia politica, naturalmente un po’ risistemate e ovviamente tinte di “nuovo”, che predicano il libero scambio, l’assoluta libertà capitalistica, il mercato ovunque, la riduzione al minimo della politica economica e la riduzione a nulla della presenza pubblica in economia, la determinazione del circolante e dei tassi di interesse tutta quanta attraverso il mercato, ecc.). Come mai? In Europa occidentale le cose non sono andate affatto così in passato ma in termini del tutto contrari per circa un quarto di secolo. Come mai i ceti di governo europei sono passati, spesso di punto in bianco, come fu per esempio nel passaggio dal PCI ai DS, dal riformismo più o meno socialdemocratico oppure democristiano, in cooperazione semiconflittuale ai sindacati (da politiche di stato sociale, pieno impiego, alti salari, sicurezza delle condizioni di lavoro), al liberismo? Di conseguenza in Italia sul terreno della concezione della rappresentanza sono addirittura in gran parte passati dall’idea della sua formazione per via democratica a quella della sua formazione per via liberale (il maggioritario uninominale è esattamente questo passaggio)? Come mai, in aggiunta, un’involuzione che è anche qualitativa dei ceti di governo, anche sul terreno cioè della capacità di governare guardando oltre obiettivi di breve periodo, avendo strategie concrete e un’idea di società, avendo una capacità di ascolto sul versante della società, proponendo invece sempre piccole cose, con tanto di accompagnamento di futuribili e di immani fantasie, così pure facendo della manipolazione quotidiana delle popolazioni uno strumento assolutamente fondamentale di governo?

Certo in Europa con la fine dell’Unione Sovietica e del “socialismo reale” c’è stata una svolta: i suoi capitalismi hanno cioè pensato di poter fare a meno di una politica di concessioni alle classi subalterne e di potersi riprendere quanto avevano concesso. Nel suo Discorso sul libero scambio, nel 1847, e per un’ironia della storia a Bruxelles, Marx spiegò come il libero scambio fosse in primo luogo il tentativo dei capitalisti inglesi di abbassare i salari e che erano panzane i loro dichiarati che grazie all’abbassamento del prezzo del pane susseguente al libero scambio le condizioni di esistenza della classe operaia si sarebbero elevate. Non sembra che stesse parlando del Trattato di Maastricht? Ma l’impressione che ho da tempo è di un complesso processo di declino dell’Europa che comincia ben prima del 1989 e di  Maastricht e che ha una forte matrice nella qualità sempre più scadente della politica. I vecchi ceti di governo (o le loro grandi opposizioni, come fu quella del PCI) erano portatori di solidi impianti culturali, disponevano di grandi, diffuse e articolate strutture formative (dai sindacati a una quantità di associazioni alle parrocchie), erano composti da figure passate per grandi processi selettivi: la guerra prima di tutto, in parecchi casi l’antifascismo e la Resistenza. Tuttavia nella parte occidentale dell’Europa da subito dopo la fine della guerra (ma qualcosa di analogo è accaduto nella parte orientale) a prendere le decisioni strategiche sono stati gli Stati Uniti; parimenti la stabilità politica e sociale vi ha consentito, nonostante le alternanze di governo, che i processi di selezione virtuosa fossero via via sostituiti dalle cooptazioni dentro agli apparati di partito (come sempre di chi adulava i capi ed era sempre fungibile alle loro attese): e le due cose assieme hanno portato alla sostituzione di ceti di governo capaci con un elemento sempre più mediocre, opportunista e raccogliticcio. Certo la mia è una semplificazione rude: ma credo che vada a cogliere un punto sostanziale della crisi politica europea. Maastricht è quindi anche una conseguenza oltre che un punto di partenza: arriva dagli Stati Uniti di Reagan il liberismo, viva il liberismo, perché non si è capaci né di capirne a fondo il senso e ancor meno di contestarlo. Si tenterà ovviamente da più lati di emendarlo, con effetti necessariamente penosi. Le vicende della storia, segnatamente il tracollo dell’Unione Sovietica e del “socialismo reale”, condurranno a una minore rilevanza dell’Europa agli occhi degli Stati Uniti; l’Unione Europea dovrà orientarsi un po’ di più in proprio: ed ecco, appunto da ceti politici raccogliticci, il taglio liberista del Trattato di Maastricht. Ed ecco quella cosa tragicomica che è la politica monetaria europea, tutta in mano alla BCE e concepita solo per prevenire fenomeni inflativi, ma più precisamente ecco quella cosa tragicomica che è la politica monetaria europea fatta solo per finta dalla BCE, dato che quanto accade è che quando la FED decide di tenere alto il corso del dollaro quello dell’euro va giù e quando la FED decide di tenere basso il corso del dollaro quello dell’euro va su. E d’altro canto, davvero, che cosa aspettarsi di diverso da una concezione liberista talmente estremizzata e al tempo stesso talmente ingenua, qual è nei Trattati, che esclude in punto di principio ogni partecipazione della politica (delle istituzioni rappresentative e di quelle esecutive) dalla determinazione degli orientamenti della politica monetaria?

Il liberismo, in conclusione, è date queste condizioni anche la foglia di fico di una sostanziale incapacità generale, dei governi dei paesi membri come della Commissione Europea come della BCE, di rendersi conto se non a guai combinati e marciti, e a volte non c’è neanche questo, di come stanno andando le società europee, le loro economie, le loro popolazioni, i loro sistemi politici, e prima ancora di una sostanziale indifferenza ai contenuti, di una totale sudditanza ai sondaggi, di un’incapacità di assumere decisioni strategiche, di periodo, di prospettiva, di una totale mancanza di energia se non quando si tratta di dare in testa alla povera gente.

La questione di quest’incapacità e del suo retroterra di arroganza dogmatica riguarda in modo particolare gli apparati di governo dell’Unione Europea, ed ha pertanto un rilievo sociale, economico e politico enorme, basti pensare a come Trattati e legiferazione da parte della Commissione Europea ormai orientino, a volte nei termini più cogenti, i processi legiferativi del paesi membri al 75-80 per cento. Ho già detto di come viene fatta ovvero non fatta la politica monetaria, ho accennato alla Cina. I cicli di trattativa che hanno preceduto l’entrata di questo paese nell’OMC sono durati un decennio, chiunque sia andato nel frattempo in Cina anche solo come turista, salvo i governanti europei, ha potuto rendersi conto che se non ci saremmo dati da fare ci avrebbero fatto a pezzi, che occorreva impedirle di competere sui mercati mondiali in condizioni di dumping (lavoro dei bambini, assenza pressoché totale di stato sociale, precarietà della normativa ambientale, assenza pressoché totale di prelievo fiscale sulle imprese che esportano, e in aggiunta a ciò un corso forzosamente basso dello yuan e salari estremamente bassi); si è preferito naturalmente favorire le delocalizzazioni produttive verso quel paese; si sono messi così a repentaglio gran parte dell’industria europea di media tecnologia e milioni di lavoratori; e, ciò che è ancora più grave, non si è fatto un fico secco, a parte il vaniloquio, per avviare linee di riqualificazione degli apparati produttivi europei che consentissero di compensare le perdite di competitività su alcuni terreni con incrementi di competitività su altri. E ancora. Nel contesto della quarta legislatura europea ho corso per tutta la cantieristica navale italiana, chiamato da organizzazioni sindacali e da lavoratori disperati, impotente poi quanto loro dinanzi al loro problema: in nome della concorrenza e del mercato alla cantieristica europea veniva impedito dalla Commissione Europea di fruire di aiuti di stato: così la cantieristica europea era quasi tutta in demolizione, perché la Corea del Sud, che sosteneva sino all’80 per cento i costi di produzione della sua cantieristica, si stava prendendo quasi tutto il mercato. A chi giovava in Europa? Ai lavoratori no di certo, ai “consumatori” (altra foglia di fico delle malefatte antisociali, dato che i consumatori sono prevalentemente dei lavoratori) neppure: forse ai capitalisti o alla grande finanza europei? Neppure a loro, com’è chiaro. Ho ancora il ricordo di quando all’aeroporto di Bruxelles, qualche anno dopo, guardavo i volti terrei delle impiegate e degli impiegati della Sabena (era la compagnia belga di bandiera), che avevano appena saputo che la loro compagnia era fallita e che migliaia di loro avrebbero perso il posto di lavoro, sempre perché la Commissione Europea aveva vietato gli aiuti di stato: ciò che accadeva mentre gli Stati Uniti pompavano un mare di dollari statali nelle loro compagnie. A chi giovava mandare in malora le compagnie di bandiera in Europa (verranno poi messe rapidamente in ginocchio altre compagnie, tra le quali l’Alitalia e la KLM olandese)? Boh. E per arrivare ai giorni nostri, a chi può mai giovare in Europa che l’economia italiana abbia un tracollo? Ma credo che sia impossibile spiegarlo al Commissario Almunia, nella cui testa sono evidentemente scolpite due leggi bronzee: che i parametri di bilancio sono über alles e che contro il governo italiano di destra tutto è lecito, anche porsi ancora più a destra di lui. Trovo inoltre scandaloso che nessuna voce fuori dall’Italia o dal centro-sinistra italiano si sia sinora elevata contestando ad Almunia di non tenere in nessun conto dell’allentamento recentemente deciso dal Consiglio Europeo in fatto di cogenza dei vincoli di bilancio; contestando cioè che l’intepretazione di quest’allentamento che dà Almunia sul versante dell’Italia è semplicemente che l’allentamento non c’è. Mi chiedo inoltre che cosa ci sia nella testa del centro-sinistra italiano a proposito della sua politica economica (e sociale) quando presumibilmente sarà al governo, tra un anno: dato che potrà al massimo beneficiare in via immediata di incrementi del prelievo fiscale, poiché i parametri come si vede secondo lui non si toccano e la lotta all’evasione fiscale intanto costerà inizialmente parecchio e poi non comincerà a dare risultati significativi se non a capo di qualche anno.

 

Ho anche scritto che, tuttavia, la destra europea sta mostrando una maggiore capacità adattativa dinanzi ai referendum francese e olandese e a quanto essi rivelano circa gli orientamenti montanti nelle popolazioni europee. Le forze politiche di centro-destra il problema di dimostrare ai propri capitalismi di essere più realisti di loro infatti non ce l’hanno: socialdemocrazie vecchie e nuove e più in generale schieramenti di centro-sinistra invece sì. Inoltre i supporti culturali dei ceti politici di centro-destra si materializzano in genere in una quantità di istituzioni molto più potenti e molto più capaci e lungimiranti rispetto a quelle dei ceti di centro-sinistra. Sicché la destra intanto oggi assume la richiesta delle popolazioni di cambiare i criteri della costruzione europea, in secondo luogo nomina senza difficoltà i problemi reali. Naturalmente il suo tentativo è di rendere accettabili soluzioni liberiste radicali, quindi nuove e più brutali massacrate antisociali, inoltre di orientare il malcontento su bersagli fasulli, come l’immigrazione intra o extracomunitari, la precipitazione dell’allargamento dell’Unione Europea all’Europa centrale oppure l’allargamento alla Turchia: e però in carenza di altre proposte quelle della destra rischiano di passare. C’è un dato psicologico di fondo che tiene assieme problemi reali e problemi fasulli nella testa delle popolazioni europee: la paura di perdere il benessere, di vivere d’ora in avanti nella precarietà, di un futuro peggiore per i propri ragazzi: ciò che può anche portare a rifiutare proposte politiche razionali e a favorire sviluppi di destra. Proprio com’è sempre stato in tutte le crisi che da quando c’è il capitalismo hanno attraversato l’Europa: esse possono portare a sinistra oppure a destra, e anche molto a destra. Perciò c’è un solo modo per evitare che parti più o meno significative delle popolazioni europee si orientino su obiettivi fasulli e più o meno a destra, e parimenti per fare del malcontento montante delle popolazioni una leva fondamentale per un riorientamento a sinistra della costruzione europea così come delle condizioni dei paesi membri: di cogliere a fondo le ragioni delle paure delle popolazioni e di proporre politiche che risolvano positivamente queste ragioni. Il ragionamento torna così al ruolo che saprà o non saprà assumere la sinistra di alternativa europea e ai nodi del programma, alla sua urgenza drammatica, alla sua incisività, alla sua concretezza, alla sua persuasività.

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